L’immagine nel ventunesimo secolo

Immagine specchio della realtà (seconda parte).

In questa seconda parte dell’articolo vorrei portare l’attenzione su uno studio particolare e porre delle domande che poggiano le basi dei miei studi e di quelli di molti altri.

L’immagine è un testo visivo in cui poter comunicare un messaggio o in cui poterlo nascondere, quindi la fotografia come la pittura, come tutte le altre arti figurative non hanno ancora esaurito la propria volontà di comunicare, anche se in maniera veloce, le proprie intenzioni.

Roland Barthes, in La Camera Chiara, chiarisce due aspetti peculiari della fotografia: lo studium e il punctum. Lo studium è quel normale interesse verso l’immagine che si sta guardando: un’immagine di reportage, secondo Barthes, non desta alcun scalpore, alcun interesse particolare, comunica la notizia e nient’altro; il punctum è, esattamente come lo chiama Barthes, “quell’interesse che punge”, quell’interesse che riesce ad attirare l’attenzione e, quindi, far soffermare sul testo visivo per capirne il messaggio, per volerne sapere di più. Insomma, il punctum è quell’interesse particolare che ci prende quando si guarda una fotografia.

Roland Barthes analizza molto fotografie e lo fa attraverso la lente dello Spectator (la distinzione tra Operator, Spectrum e Spectator la trovate nella prima parte dell’articolo). Lui stesso ammette di godere della fotografia solo da spettatore, perché non sa e non vuole fotografare, ma lo fa da semiotico, cioè da colui che cerca un significato nel testo che ha di fronte.

Jamse Van der Zee era un fotografo newyorchese dedito alle fotografie di famiglia di gente di colore degli anni ’30 del ventesimo secolo. Nell’immagine di James Van der Zee, Barthes, l’interesse viene catturato da una persona in particolare e dagli accessori che questa indossa nella fotografia. Nella fotografia appena riportata vediamo una famiglia signorile, ben vestita: la madre ben vestita con sguardo fiero che guarda la macchina fotografica, il marito dietro di lei ben impomatato e sistemato, salotto ben curato con fiori freschi. Il punctum, quel “non so che” che incuriosisce si posa sulla ragazza a destra dell’immagine: quella figura con le mani conserte dietro la schiena che indossa un abito con una grossa cintura e delle scarpe col cinturino come a voler sottolineare la differenza fra lei e gli altri due soggetti della fotografia. Chi è esattamente quella ragazza? si chiede Barthes. La sorella? la serva? La figlia? Non lo sapremo mai, ma in quell’immagine, in quel testo visivo, la sua postura, il suo modo di abbigliarsi (come diremo oggi, il suo outfit) ha catturato l’attenzione di Roland Barthes tanto da parlarne nel suo libro.

Sarà proprio quel punctum che tutti noi cerchiamo oggi? Quell’interesse particolare che ci fa scattare la voglia di ingurgitare nuove immagini e volerne capire il significato? Oppure è solo la voglia di distrarsi? Stare attaccati ai media solo con lo sguardo senza che la menti cerchi il significato di un’immagine?

Parlare di punctum significa spaziare da un piccolo particolare a un soggetto che riesce a fare di una fotografia banale, una fotografia interessante, importante, significativa che rende omaggio al suo autore (Operator), al suo soggetto (Spectrum) e al suo spettatore (Spectator). Chi scatta sa il messaggio che vuole far passare e chi legge la fotografia deve interpretare i segni che nel messaggio sono iscritti anche dopo anni che una immagine è stata catturata.

Conoscenza e consapevolezza di ciò che i nostri occhi stanno leggendo. Il mondo, in maniera del tutto sociologica, antropologica, storica, etnologica, biografica viene catturato nelle immagini che lo raccontano. Siamo noi che, di volta in volta, dobbiamo capire come? cosa? dove? quando? e perché? di quello che il testo ci sta proponendo.

Fermiamoci un attimo e osserviamo, studiamo, analizziamo e, soprattutto, assaporiamo un’immagine piuttosto che ingurgitarla senza sentirne nemmeno il sapore.

Prima parte dell’articolo

https://www.agatalagati.it/limmagine-nel-ventunesimo-secolo/